La Barbatella

La Cascina La Barbatella nasce in uno dei paesaggi più magici di Nizza Monferrato,

la sua bellezza ha conquistato il nostro cuore e ci rende come innamorati desiderosi di mostrare al mondo l’amata.

Le prime testimonianze che attestano la presenza di vigneti di grande pregio in zona strada Annunziata a Nizza, risalgono alla fine dell’Ottocento, testimonianze raccolte prima, e con grande prestigio da Angelo Sonvico e poi dal 2010 dalla Famiglia Perego che intende proseguire e valorizzarne filosofia e iniziative anche con l’apporto di nuovi entusiasmi. Supporto egregio e indispensabile è la maestria e l’intuito degli enologi  Giuliano Noè e Beppe Rattazzo  che seguono la Barbatella dalle sue origini.

Una vigna che sale sul dorso di un colle fino a incidersi nel cielo, è una vista familiare, eppure le cortine dei filari semplici e profonde appaiano una porta magica.Sotto le viti è terra rossa dissodata, le foglie nascondono tesori, e di là dalle foglie sta il cielo. È un cielo sempre tenero e maturo, dove non mancano – tesoro e vigna anch’esse – le nubi sode di settembre. Tutto ciò è familiare e remoto – infantile, a dirla breve, ma scuote ogni volta, quasi fosse un mondo. La visione s’accompagna al sospetto che queste non siano se non le quinte di una scena favolosa in attesa di un evento che né il ricordo né la fantasia conoscono.Qualcosa d’inaudito è accaduto o accadrà su questo teatro. Basta pensare alle ore della notte, o del crepuscolo, in cui la vigna non cade sotto gli occhi e si sa che si distende sotto il cielo, sempre uguale e raccolta. Si direbbe che nessuno vi è mai camminato, eppure c’è chi la lavora a tralcio a tralcio e alla vendemmia è tutta gaia di voci e passi. Ma poi se ne vanno, ed è come una stanza in cui da tempo non entra nessuno e la finestra è aperta al cielo. (…)

Cesare Pavese. La vigna, in Feria d’agosto

 

(…) Ciascuna di loro, ciscuno di quei contadini e possidenti, era soltanto una parte del mio paese, rappresentava una villa, un podere, una costa sola.

E invece io ce l’avevo nella memoria tutto quanto, ero io stesso il mio paese: basta che chiudessi gli occhi e mi raccogliessi, non più per dire “Conoscete quei quatro tetti?”, ma per sentire che il mio sangue, le mie ossa, il mio respiro, tutto era fatto di quella sostanza e oltre me e quella terra non esisteva nulla. (…)

Cesare Pavese. Le Langhe, in Feria d’agosto

italiano italiano