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La Barbatella. La storia di una etichetta

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La Barbatella. La storia di una etichetta

La Barbatella. La storia di una etichetta

In questi mesi in cui le porte de la Barbatella sono rimaste chiuse all’accoglienza, abbiamo avuto il tempo di riflettere e riconfermare lo scopo che muove il nostro fare. Anche una semplice degustazione per far conoscere i nostri vini diventa occasione di raccontare la storia di questa terra, la cultura di questi luoghi e continuare la nostra ricerca della bellezza. Abbiamo pensato così di raccogliere pensieri sul vino partendo dall’evoluzione delle nostre etichette e far parlare alcune persone che hanno visto il nascere e il divenire non solo della nostra azienda ma della realtà che abbraccia il mondo del vino.

La nostra Barbera docg La Barbatella è raccontata da Laura Pesce, lei che è per noi maestra del narrar di vino e che tanto ci ha insegnato sulla storia di queste colline che amiamo. Il breve scritto che leggerete è un dono prezioso, leggendolo sento la sua voce sicura e saggia e allo stesso tempo quel suo stupore bambino, sempre pronta a cogliere il nuovo. Descrive bene Laura, Giorgio Calabrese nell’introduzione al libro di Antonella Saracco Laura Pesce, una donna, il vino, un destino (2012, edizione Araba Fenice). Libro che consiglio a tutti gli amanti della cultura enogastronomica del nostro territorio: “Mi sono meravigliato, tanti anni fa, di vedere una donna-sommelier che si muoveva nell’assaggio dei vari vini con l’autorevolezza dei suoi colleghi maschi, ma al contempo è sempre fornita di un sorriso accattivante e rassicurante. Laura Pesce è stata una pietra miliare nel mondo dell’assaggio enologico nicese ed astigiano e ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per tutte le nuove generazioni della nostra provincia. (…).”

Grazie Laura!

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Pensieri davanti ad un calice

Ho davanti a me un bel calice di Barbera d’Asti docg La Barbatella 2019, giovane puledra piena di grinta, di forza e di energia che già ti cattura con il suo colore così profondo ma limpido, lucido e brillante…Non poco questi aggettivi per un vino rosso giovane… Prima di approcciarlo a degustarlo o semplicemente a berla, la mente vola…Vola ai tempi in cui a Nizza si diceva nell’ambiente del vino: “IN MILANÈIS, l’ha catò ‘na casseina à la Nunsiò”. Un milanese ha comprato una cascina in Strada Annunziata…e il seguito: “Vuol fare una barbera straordinaria, unica!” Un po’ diffidenti, da buoni piemontesi, pensavamo: “Ne sarà capace? Ma come, meglio di noi?” Ebbi modo di conoscerlo alla Signora in Rosso in cui ero di casa, al famoso tavolo (primo a destra entrando nella sala) a cui era solito sedere Tullio Mussa che immediatamente mi fece rimanere con loro e mi presentò ad Angelo Sonvico. Da notare che in quel momento la Signora in Rosso era “Bottega del Vino”, non Enoteca Regionale del Barbera, tutto in amicizia, senza linee definite sulla gestione, sul ristorante ecc., tutto in divenire. Sonvico mi parlò del suo “innamoramento” al nostro territorio, alla sua volontà di tradurre nel bicchiere tutta la sua convinzione di poter arrivare a qualcosa di grande. Capii in seguito, conoscendolo, che in quel bicchiere voleva tradurre anche la sua cultura. Cominciammo a parlare d’arte, di musica classica e mi convinsi che la sua impresa potesse riuscire quando conobbi anche lo staff tecnico a cui aveva deciso di affidarsi. Giuliano Noè entrò prepotentemente in questa direttiva e i risultati non tardarono ad arrivare. Le “guide” cominciavano ad essere conosciute e quella del Gambero Rosso gli tributò negli anni grandi riconoscimenti… Hai capito “el milanéis”….? Ne ebbi conferma quando una coppia di Zurigo mi fermò in piazza Garibaldi con la guida del Gambero Rosso in mano e mi chiese dove fosse la “Vigna dell’Angelo”. Compresi fino in fondo cosa significasse per un territorio avere una VIGNA che diventa attrattiva turistica. Cominciammo a conoscere le etichette: la Barbatella con i Girasoli di Van Gogh, il Sonvico con il Fortepiano…e la Vigna dell’Angelo… Si aggiunsero i bianchi, i tagli bordolesi ad ampliare una gamma sempre più affermata. Diciamo che La Barbatella intesa come cascina e località è sempre stata fortunata. I proprietari che si sono succeduti l’hanno sempre tanto amata. Quando subentrarono i Perego, sì la strada era tracciata, ma c’era tanta passione e voglia di dare una “zampata” innovativa, di aggiungere cose che facessero ricordare sempre di più quella collina. Ancora una volta ha prevalso la cultura, il BUON GUSTO. Brillant Sanarin già nel 700 definì “Buongustaio” non solo colui che sa apprezzare la buona cucina, ma colui che ha “Buongusto” nel suo atteggiamento, nelle sue scelte, nella sua volontà. Abbiamo visto rinnovarsi le etichette, più moderne ed attuali pur rimanendo nella scia di ricordare quelle precedenti. Adoro quella del Sonvico che ha sostituito il Forte piano con pochi tasti stilizzati…elegantissima ed eloquente. Si aggiungono le immancabili bollicine, si organizzano eventi curati nei minimi particolari, che ti calano nella realtà esistente, con la semplicità dei grandi.Sovrano rimane il BUON GUSTO nella scelta delle proposte culinarie legate ad esaltare i prodotti locali e non solo, di grande eccellenza. Fare un pic-nic tra i filari o una grigliata è un’esperienza esaltante. …Mi direte che sono di parte…? SI LO SONO Perché adoro le cose semplici ma fatte con professionalità, ricerca, volontà e intraprendenza. MENO MALE che sono arrivati I MILANESI!!!

CINQUE AGGETTIVI: LA BARBATELLA 2019 | Barbera d’Asti DOCG

Piena, generosa, schietta, fine, elegante.

Queste sono le parole che mi sono venute in mente, cercando di definirla solo con aggettivi. Sto bevendo l’annata 2019, quindi giovanissima. L’ordine in cui li ho elencati non è casuale. I primi due (piena e generosa) sono gli stessi che avrei usato anche cinquant’anni fa per descrivere un vino, femmina però, derivante dal vitigno Barbera. Da schietta in poi cambia la storia. Una storia che ho avuto modo di riscontrare man mano che l’evoluzione di questo vino è diventato più tangibile. Se c’è una persona che abbia vissuto questo fenomeno in modo completo sono io: poter raccontare più di settant’anni vissuti non è cosa da poco. Passando all’aggettivo Schietta mi riferisco ad un vino che esprime in pieno le caratteristiche peculiari del vitigno da cui proviene ma non condizionato da eventuali anomalie olfattive e gustative dovute ad una gestione della fermentazione e della conservazione abbastanza approssimative. Ogni produttore era convinto che la sua fosse la migliore, senza badare al fatto che il tino o la botte puzzassero di muffa… Intendo la schiettezza come espressione di nettezza, e di franchezza che mirano a rafforzare sensazioni di sinuosità e di fruttato che mi danno indicazioni sul luogo di provenienza. Ma sì, chiamiamolo “TERROIR” termine che racchiude vari fattori climatici e ambientali. Certe sensazioni soprattutto olfattive (mio papà le chiamava “L’AMMANDORLATO”) le trovi solo lì, nella zona sinistra del Belbo che va dall’Annunziata, al Bricco, alla Cremosina, scendendo alla Serenella fino alle propaggini di Vaglio….  Vinchio la collego a sensazioni diverse, non meglio o peggio, ma diverse. Sarà che mio padre senza dirmelo apertamente mi ha inculcato il messaggio che il territorio che ho circoscritto prima, fosse la “culla” della barbera. Sono nata in Piazza Garibaldi nella casa dove oggi c’è il ristorante “Le due Lanterne”, e pensando alla Barbera, quando non c’erano i palazzoni a coprire la visuale sulle colline, automaticamente ho sempre voltato la testa alla mia sinistra…e non ho solo ricordi belli. Che disastro le grandinate degli anni 50-60 (in particolare ’53-’54) dove in un attimo chicchi enormi, qualcuno sfiora il mezzo chilo, distrussero anni di lavoro. Non mi sono mai stupita che in quella situazione parecchi vignaioli o contadini abbiano cercato lavoro alla FIAT…Si vitupera tanto l’abbandono della campagna, ma sfido chiunque a non accettare un posto in fabbrica con la famiglia che doveva essere mantenuta. Nel dopoguerra non è che si sciallasse nel benessere, onestamente devo dire che non abbiamo mai aspettato… “RISTORI”. Si andava avanti: se in collina era protagonista la grandine, a valle alluvione a go go.

Ma torniamo alla nostra Barbera…  Dopo averla definita “Schietta” passo a due aggettivi che la rappresentano oggi: “Fine”-“Elegante”. Quanti passaggi culturali, rivolti ad un miglioramento del prodotto. Ci si è resi conto che era necessario dare un prodotto più degno anche ai “damigianisti” che a primavera venivano a comprarla sfusa, bisognava migliorarla tecnicamente. Che fatica accettare la figura dell’enologo, oggi ritenuto alla base della propria filosofia aziendale. Mio fratello, giovane enologo anni ’60, le sue prime consulenze le fece di notte… Il vicino non doveva sapere che tu avessi chiamato il tecnico, significava che il tuo vino era ammalato, aveva bisogno di cure. Pensate che differenza con oggi. Con Gino Veronelli si discuteva con convinzione sulla eventuale istituzione dell’enologo condotto a disposizione del territorio.  Intanto Arteno Bersano e Clemente Guasti cominciavano a definire in etichetta la “cascina” di provenienza “Cascina Feuda”, “Cascina Cremosina”, un passo culturalmente importantissimo. Dal 1986, anno del “metanolo” la musica cominciò a cambiare. Il consumatore capì che 1200 lire per un bottiglione da un litro e mezzo non poteva aver pretese, anzi: se ti andava bene diventavi solo cieco, altrimenti potevi anche morire. Non posso non citare a questo punto Giacomo Bologna, uomo della svolta alla ricerca di un prodotto tecnicaemnete migliore e soprattutto con complessità diverse. Da allora in poi è stato tutto un susseguirsi di maggiori cure in vigna e in cantina. Immaginate se a uno dei vignaioli degli anni cinquanta fosse stata proposta una selezione delle uve o un diradamento…BLASFEMIA! Quindi la nostra Barbera diventa fine ed elegante attraverso fermentazioni controllate, stabilizzazioni più curate per ottenere anche in un prodotto giovane qualcosa di gradito e armonico. L’armonia è equilibrio, bontà, piacevolezza. Questo cerchiamo in un vino: che ci piaccia, anche al primo approccio. Quanti passi avanti! Oggi siamo dei viziati!

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Note organolettiche

La Barbatella è la nostra barbera d’Asti nella sua veste più classica; questo vino è il frutto delle uve di 3 vigneti di barbera di età diverse, vendemmiati e vinificati singolarmente e assemblati al termine della fermentazione alcolica. L’affinamento si svolge successivamente in recipienti di acciaio inox per almeno un anno, dopo l’imbottigliamento segue un riposo in bottiglia di almeno 4 mesi prima della messa in commercio. Il vino si presenta nel bicchiere di un bel colore rosso rubino con intensi riflessi violacei, il profumo è vinoso, fruttato, frutta a bacca rossa in evidenza; il gusto è ricco, polposo, strutturato e persistente, con la rinfrescante acidità del vitigno che emerge sul finale e invoglia il sorso successivo. Claudio Dacasto

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… “sei bottiglie di Girasoli !!” … “Quando passi mi puoi portare tre o quatto scatole della VIOLA?”

Oppure …”abbiamo assaggiato l’ultima annata dei girasoli!!”

È cosi che si usava chiamare la nostra barbera d’Asti quando siamo arrivati in Barbatella, ormai undici anni fa.  Si perché l’etichetta della nostra barbera era di un viola acceso e al centro campeggiava il noto dipinto I Girasoli di Van Gogh. Il giorno in cui abbiamo deciso di cambiare lo stile delle etichette, devo ammettere che il pensiero di mettere mano a un’etichetta cosi “storica” e riconosciuta dai nostri clienti più affezionati mi intimoriva tantissimo e riuscire a superare la soggezione di fronte a un’immagine cosi irruente e riconosciuta non è stato semplicissimo. Ho cercato di utilizzare questo limite psicologico a favore della scelta dell’immagine, convertendo tutto ciò che era “barocco e esuberante” in essenziale e incisivo. Innanzitutto abbiamo dato un nome alla Barbera; in passato era solo la Barbera d’Asti e nella nuova etichetta l’abbiamo battezzata “La Barbatella”… nome dell’azienda e contemporaneamente sinonimo di “origine”, pianta nuova ricca di speranza e di futuro.La nostra Barbera d’Asti più semplice non poteva aver nome migliore! Vino base di tutti i nostri vini rossi, vino più prodotto dalla nostra azienda, vino che sfrutta, utilizza ed esalta tutte le potenzialità del nostro territorio e della nostra collina. In poche parole, l’essenza della nostra azienda non poteva che prenderne il nome e onoralo tutte le volte che avrebbe incontrato un bicchiere. Il segno grafico è segno gestuale del pennello e del polso che tra mille pennellate, provate e riprovate, cancellate, rifatte, ripensate … cercava qualcosa che tendesse alla libertà, alla freschezza, alla solidità, alla poesia naturalistica resa in un gesto pulito, nervoso ma elegante. Anche questo è barbera, la nostra barbera, che nella semplicità vuole tendere sempre ad altro, che non cede e rimane sempre vigorosa e decisa. Quel ricciolo nero vuole essere un viticcio, ovvero quella parte della vite che si “aggrappa”, che permette al tralcio di sostenersi e arrampicarsi e rimanere produttivo. Ho voluto evocare questa parte della pianta perché la barbera è ciò che sostiene Cascina la Barbatella e che se continueremo a esserne rispettosi e innamorati ci permetterà sempre di rimanere attaccati all’origine della nostra terra e comunicarla attraverso i nostri vini. La striscia viola sul fondo… per non dimenticare. Lorenzo Perego

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segui il QUI link con tutta la storia de LA BARBATELLA

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